Una personale rassegna stampa relativa a posts od articoli trovati su riviste e giornali, a mio personale avviso meritevoli di esser letti e condivisi
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sabato 9 maggio 2020
domenica 3 maggio 2020
Alessandro Vespignani: “I virologi italiani non hanno capito nulla, per sconfiggere il virus servono le 3T”
Vespignani a TPI: “I virologi italiani non hanno capito nulla, per sconfiggere il virus servono le 3T”
Intervista all'epidemiologo italiano che opera negli Usa: “Per la Fase 2 bisogna ‘testare’, ‘tracciare’, e ‘trattare’. Da qui non si scappa. Noi epidemiologi siamo come quelli che fanno le previsioni del tempo, ma non abbiamo la foto di un un vortice da mostrare al mondo. Per fortuna, al contrario dei metereologi, dopo aver individuato l’uragano, possiamo attenuarne l’impatto”
Di Luca Telese
Professor Vespignani, lei è un epidemiologo, ma non un virologo.I virologi – come le spiegherò – possono essere dei luminari, ma talvolta sono le persone meno indicate per capire come si sviluppa una epidemia.
Addirittura. E lei?Io non potrei dare nessun contributo a trovare un vaccino, ma sono in grado di dire come si muove il virus in una popolazione.
Lei è pro o contro il passaggio alla Fase 2 in Italia?Non ho nulla in contrario, in linea di principio. Anzi, penso che sia necessario ritornare al lavoro. Ma per farlo servono le condizioni di base per non ricadere nell’epidemia.
Cosa serve, che cosa manca?Prima di tutto un salto di mentalità. E poi le tre T. Se vuole le spiego perché.
Alessandro Vespignani, 55 anni. Figlio di Renzo Vespignani, uno dei più famosi pittori italiani del dopoguerra. Romano, fisico di formazione, una carriera internazionale a cavallo fra Europa e America, costruita – negli ultimi venti anni – tutta sulla caccia ai virus. Vespignani è atipico, nella sua formazione, e molto determinato nella sua analisi: “Da oggi 4,5 milioni di persone in più saranno sulle strade, bisogna evitare una seconda ondata: raggiungere questo obiettivo è possibile”.
Buonasera Vespignani, come si sente ad essere considerato “l’enfant prodige dell’epidemiologia” tra i due mondi, fra America e Italia?
“Prodige” non saprei. “Enfant” mi pare troppo generoso, visto che ormai ho 55 anni.
Come è diventato epidemiologo?Pensi: io di formazione primaria sono un fisico, che poi si è interessato all’informatica, che poi da questa base è passato a studiare le reti sociali.
Non sembra un percorso convenzionale, a dire il vero.
(Ride). Ah, certo, assolutamente no: il fatto è che alla fine degli anni Novanta ho iniziato ad occuparmi di virus informatici. E da lì sono passato ai virus biologici.
Ancora più singolare.Capisco. Ma in realtà lo è molto meno di quanto non possa sembrare: il comportamento dei virus informatici, dal punto di vista schematico, e gli scambi infettivi tra le reti, allora seguivano dinamiche sovrapponibili a quelle biologiche.
Era il 2000, l’anno della Sars.Esatto. La Sars è stato il battesimo di una intera generazione, e – nel piccolo – il mio.
Cosa accadde?Mi fecero una proposta, quasi estemporanea, e io accettai senza sapere che sarebbe diventato il mestiere di una vita.
Chi fu?Un collega francese, Valleron. Era rimasto stupito da questa corrispondenza tra modelli e mi disse: “Ma perché non applichi questi tuoi schemi informatici alla epidemiologia?”.
E quale fu il primo passo?Incrociare l’analisi dei dati e i modelli matematici con la tracciabilità.
Mi faccia un esempio concreto.L’emergenza era contenere una epidemia globale. Serviva capire – per esempio – chi c’era su un determinato volo, e sui voli in connessione, capire le frequenze, i flussi totali riaggregati, gli stop over e la digitalizzazione del traffico aereo.
Ed era così difficile?Oh sì! Dal punto di vista dei big data, è come se parlassimo di preistoria. Parlo, cioè, del 1998, del 1999, del 2000. Se fa mente locale, scoprirà che tutti noi volavamo ancora con i biglietti cartacei!
Infatti mi sembra che accada da sempre.In realtà la digitalizzazione integrale è iniziata dopo l’11 settembre, quando – dopo i virus – abbiamo iniziato ad inseguire i terroristi. Un altro virus, ma altrettanto pericoloso.
Lei si considera un “cervello in fuga”?(Ride). Non è una espressione in cui mi riconosco, perché ci consegna una idea di necessità. Io ho scelto questo percorso perché era una opportunità, non una condanna.
Però la stessa opportunità in Italia c’era?Ah, in questo senso direi proprio di no, soprattutto con il senno del poi. Facevo ricerca con l’Università, e il mio relatore di tesi mi disse: “Scusa Vespignani: tu vuoi fare il borsista tutta la vita?”. Era una domanda retorica. Non volevo, e ho lasciato l’Italia nel 1994.
Per andare a Yale.Ho avuto la fortuna di lavorare, per due anni, con un mostro sacro come Benoit Mandelbrot, scienziato francese di origine polacca emigrato in America, famoso per i suoi studi sulla geometria frattale. Classe 1925: un gigante.
E poi?È arrivata una ottima offerta e sono andato in Olanda.
Più soldi?
Sì, guadagnavo di più, ma non ho mai fatto una scelta di questo tipo, non ho mai scelto per uno stipendio: all’epoca mi interessavano le opportunità e la formazione.
E quella successiva?A Trieste: ho lavorato per l’Unesco e per l’Agenzia atomica. Ho allargato enormemente le mie conoscenze e i miei campo di competenza.
Poi la Francia.
Mi hanno chiamato al CNRS, Istituzione prestigiosa, dove sono diventato, visto che questi dettagli le interessano, “ricercatore di prima classe”.
In Francia conosce anche la sua futura moglie.Si chiama Martina, e insegnava italiano in Francia. Stavamo bene, pensavo di aver visto e fatto già tutto.
E invece?
Un giorno mi chiama un mio ex compagno di università dall’Indiana University.
E cosa le dice?
“Tu saresti interessato a venire qui? Noi vorremmo aprire un centro di sistemi complessi”.
Quale delle sue tante competenze gli serviva?
(Sorriso). Questo è il bello. Tutte.
Tutte?
Proprio perché in quegli anni ci si rese conto che nell’era digitale per l’epidemiologia servivano competenze particolari, multiple e interdisciplinari.
In Indiana ci resta sette anni.
Ricordo che partimmo con Martina che chiedeva ironica: “Dove sta Indianapolis?”. Abbiamo lavorato e vissuto lì fino al 2011.
E poi?
Poi arriva la classica offerta che non si può rifiutare, dalla Northeastern University.
E cos’era che non si può rifiutare visto che lei non era interessato ad uno stipendio?
Le risorse. Uno standard che è il sogno di qualsiasi scienziato, e potrei tradurre così: “Porti chi vuoi, fai quello che vuoi, puoi prendere o comprare quello che ti serve”.
E Martina?
Alla fine lei è diventata più americana di me. Abbiamo due figli “americani”, nati qui: Lorenzo,12 anni, e Ottavia, 9. Ormai la nostra casa è questa.
Un altro pianeta rispetto alla ricerca in Italia?
Non sono i soldi su un determinato progetto a fare la differenza, è il sistema: è tutta la rete di fondi di ricerca che hai intorno. Ormai siamo a Boston da otto anni, con me ho una dozzina di ricercatori, occupiamo due piani.
Quindi oggi come si definisce, dal punto di vista professionale?
Io? Bella domanda: direi che sono una persona che si occupa di epidemiologia computazionale.
Molti virologi dicono di lei, con un po’ di sospetto: un fisico che si occupa di epidemiologia è curioso.
Ah ah ah. Se volessi prendere cappello potrei rispondere così: non tutti sanno che un normale virologo – salvo eccezioni – sa poco di epidemiologia.
Scherza?
Mannó, non c’è nulla di polemico. Si tratta della loro formazione: magari fanno un paio di esami, uno studio sull’epidemiologia. Ma il loro lavoro, giustamente, è un altro.
Mi faccia capire con un esempio per spiegare la differenza tra virologi ed epidemiologi.
Mi è venuto in mente questo: è come chiedere a un meccanico bravissimo con i pistoni e con le centraline delle auto di fare un previsione sul traffico in autostrada al casello di Abbiategrasso.
Lei invece è quell’uomo.
Esatto. Io non sono bravo a smontare il motore di un virus, a trovare un vaccino, ma lavoro con i dati per capire quanti contagiati ci saranno domani, e tra un mese, a Milano, a Bergamo, o a New York.
Servono molte equazioni, molta matematica, molte capacità di analisi.
Vede, dietro questo benedetto R0, c’è una tale complessità previsionale che il nostro mestiere, lo dico senza ironia, è molto più simile a quello dei metereologi. Come per loro, più lontana è la previsione, maggiore e il grado di approssimazione.
Come un metereologo? Scherza?
Sì, ma con due differenze importanti.
Quali?
La prima è che noi pronostichiamo quasi sempre catastrofi, non ci chiamano se c’è bel tempo.
E la seconda?
Un metereologo ha sempre una bella immagine di un vortice da fare vedere e può dire: “Guardate. Questo è il ciclone, e vi sta arrivando proprio sulle teste”. Noi, invece, non abbiamo nulla di così immaginifico da far vedere.
I morti.
Che però ancora non ci sono, io devo andare da un politico e gli devo dire: guarda, oggi ci sono solo sei contagiati. Fra un mese potranno essere un milione.
Perché all’inizio molti virologi dicevano “questo virus fa 100 morti mentre l’influenza ne fa 20mila”? Era giusto o sbagliato?
Era sbagliato. Ecco un altro esempio della differenza tra un meccanico di virus e un epidemiologo. Quella previsione non faceva i conti con la velocità di propagazione, la mancanza di farmaci, la popolazione vulnerabile rispetto ad una normale influenza.
Che in Italia può colpire massimo dieci milioni di persone perché gli altri sono immuni…
Mentre il Coronavirus è la prima volta per tutti.
Seconda grande domanda. I dati della Cina alla luce di quello che lei ha riscontrato sono falsi?
Secondo me erano assolutamente veri.
Davvero?
Vede, bisogna capirsi: i dati di qualsiasi epidemia all’inizio sono sempre – mi passi il romanismo – “un casino”.
La Cina, però ha aspettato sei giorni prima di avvisare il mondo.
Ma è ovvio! Prenda l’Italia: anche noi, in una sola settimana, abbiamo cambiato il nostro punto di vista: all’inizio ci sono stati errori, riponderazioni, buchi. Ecco perché io da mesi dico che anche i nostri dati “non sono veri”.
Qui è lo statistico che parla.
È matematica. Gli infetti in Italia sono dieci volte di più di quelli ufficialmente infettati. Io direi: riconosciuti come infetti.
Perché il campione che abbiamo è falsato?
Esatto. Qualunque modello sensato e professionale ci dice che siamo già nell’ordine dei milioni, e non delle centinaia di migliaia.
È sicuro che ci sia uno scarto così ampio?
Esatto. È come fare un sondaggio politico e farlo sono nella sezione di un partito. È ovvio che se sei in una sede della Lega ti sembra che Salvini abbia il 90% e se sei a Reggio Emilia il più popolare è Bersani. Vuol dire che la nostra impressione ingannevole è data dal fatto che il grosso dei tamponi non sono fatti seguendo un modello statistico demoscopico, ma prendendo tutti quelli che gravitavano già sugli ospedali.
Mi faccia un altro esempio.
Andiamo lontano dall’Italia. Il lavoro che sto facendo sembrava diventato impossibile: ci sono volute due settimane solo per capire come contavano i morti a New York, capisce?
Per l’annosa questione se si muore “con” Coronavirus o “per” Coronavirus?
Sì. Ma anche per una questione di flusso: un giorno ti arrivano 3.500 morti tutti insieme, e forse il dato riassume quello che è accaduto un mese prima.
In Europa sono stati più bravi?
Questo mi fa sorridere. Se lei si ricorda in Francia, in Germania, in Inghilterra dicevano: “Il caso Italiano”. Erano solo quindici giorni indietro a noi. Era insensato. Io questo l’ho detto a marzo dal TG1 al Corriere della sera.
Quindi non siamo stati meno bravi, secondo lei.
Questo virus è una bestia maledetta che ha preso tutti, senza fare sconti a nessuno. E molti di coloro che sorridevano sulla nostra “impreparazione” e sorridevano, si sono fatti trovare più impreparati di noi malgrado il preavviso!
Altra vexata quaestio: era giusto chiudere i voli diretti per la Cina o non è servito a nulla?
Dal mio punto di vista è stato giustissimo farlo. Chiudere un volo diretto non ferma il contagio, ma lo rallenta di sicuro. Si ricorda? Negli anni Duemila iniziai proprio con questo tipo di calcoli probabilistici sui voli e sui contatti.
Perché i tedeschi hanno l’indice di mortalità enormemente più basso del nostro?
Per due motivi. I tedeschi confermano molti più casi di noi, allargano il denominatore dei tamponati, quindi riducono il rapporto di mortalità.
E poi?
Il dato sui morti con patologie concorrenti: alcuni dei loro casi vengono computati con altre cause di decesso.
Qual è il fattore di rischio più alto del Coronavirus?
Il tema del contagio indotto dagli asintomatici e il periodo di incubazione.
Che tradotto sul suo modello cosa produce?
Per settimane l’epidemia galoppa nascosta, sottotraccia, invisibile. Un flagello.
È attendibile lo studio che in Italia ha ipotizzato il rischio di 150mila terapie intensive se si sbaglia nella Fase 2?
Molto verosimile, proprio per tutto quello che abbiamo detto su contagi occulti e capacità di trasmissione uomo-uomo.
Anche in America sarà così?
La faccio sorridere, ma di amarezza. Noi stiamo lavorando con la Casa Bianca per quel tipo di proiezioni. Qui l’adozione di quel tipo di modello ci fa salire a una stima di due milioni di vittime.
Il governo americano usa uno dei vostri modelli?
Diciamo che è uno dei quattro usati dalla task force. Ma, per darle un’idea, gli altri non si differenziano dal nostro per essere più ottimistici.
Il suo come si chiama?
“Global epidemic and mobility model”.
Torniamo all’Italia.
Io quel lavoro l’ho studiato: sono dati molto raffinati, uno studio di epidemiologia fatto davvero molto bene. Di una professionalità e di una cura infinita.
Quindi dobbiamo suicidarci?
No! Dobbiamo fare le cose per bene, applicando la regola delle tre T, come le spiegherò tra poco, e quel numero potenziale non si realizza. Come è accaduto tra nord e sud Italia.
Perché tutti gli epidemiologi pronosticavano una catastrofe dopo l’esodo di massa da Milano e invece non c’è stata?
In primo luogo perché c’è stata responsabilità collettiva e molti si sono isolati. In secondo luogo perché era già accaduto.
Dove?
In Cina. Lo sa che nella “Fuga da Whuan” si sono disperse per la Cina mezzo milione di persone?
E cosa sapevate voi?
Che non tutti erano infetti. Non tutti erano asintomatici. E che, aggiungendo quei casi agli altri che sicuramente già c’erano, non ci sarebbe stato il collasso. Noi questa dinamica la vedevamo.
Quando dice così mi fa paura. La “vedevate”?
Dalle equazioni: torni per un attimo alla similitudine delle previsioni del tempo…
Ci sono.
Noi sapevamo che il sud era in una situazione completamente diversa dal nord. Al nord il virus è arrivato a fine dicembre. Al nord circolava sottotraccia. Al nord il virus si è innervato in una rete di relazioni, viaggi, e commerci enormemente sviluppata. Parlo di voli, di connessioni.
Di nuovo il suo cavallo di battaglia del Duemila.
Ma lei davvero vuole paragonare le interazioni del Molise con la Cina a quelle con la Lombardia industrializzata? Sono due paesi diversi. Due mondi.
Proviamo a raccontare come si muove il virus in quel nord ad alta densità industriale ed antropica.
L’equazione che aiuta a capire è semplice: se tu ogni tre o quattro giorni hai il tempo di raddoppio dei contagi, in un mese ti ritrovi con un due elevato alla settima. Facendo due conti, un’epidemia che parte un mese prima è 128 volte più grande di quella partita il mese dopo. Due settimane sono un fattore 10.
Ma è stato giusto chiudere tutta l’Italia come ha fatto il governo due mesi fa?
Io non ho il minimo dubbio, e nessuno dati alla mano può averlo. Il blocco funziona. Il dramma sarebbe accaduto se all’epoca si fossero fatte chiusure differenziali.
Perché le regioni del Sud sarebbero state contagiate da quelle del nord.
Malgrado i volumi di traffico enormemente diversi tra Bergamo e il Molise, se non chiudevi il virus sarebbe arrivato anche in Molise!
E gli ospedali?
Lodi e Codogno: lì sono stati sfortunati. Quegli ospedali sono diventati dei focolai, non era inevitabile. Ma il grande tema è: c’erano le protezioni e la preparazione? Perché se non le hai non puoi non sbagliare.
La scala di Bergamo proiettata su New York è peggiore o migliore?
Io credo che siamo lì. Quando Improvvisamente ci siamo trovati quei 3.500 morti hanno fatto sballare tutti i modelli.
E da voi?
L’altro giorno ho dovuto gestire un casino enorme. Quando qui c’erano 28 casi. Noi abbiamo dovuto dire alle autorità che saremmo arrivati presto a 25 mila. Però non sempre la precisione si certifica. Perché rispetto a chi fa le previsioni del tempo noi abbiamo una fortuna: noi possiamo cambiare il racconto dell’uragano. Possiamo abbattere la forza dell’onda che vediamo sollevarsi.
Quanto ha contato nel caso Italiano la condizione della sanità?
Molto. Non abbiamo avuto nessuna linea di difesa prima degli ospedali.
E questo ha aumentato anche i numeri dei contagi.
Per forza. Non solo non vedi il virus correre quando si muove in modo asintomatico. Ma non riesci ad intervenire nemmeno quando lo vedi. Se ti metti in moto quando le terapie intensive sono intasate, per molti di quelli che arrivano è già troppo tardi.
E in America hanno gli stessi problemi con la Fase 2?
Uhhhh! Da oggi 15 stati iniziano a riaprire, e non dovrebbero.
Lei è favorevole o contrario alla Fase 2?
Detta così la domanda è mal posta.
E come andrebbe posta?
A me pare che non ci sia ancora nessun paese in cui c’è già una infrastruttura di contrasto del virus che ti impedisca di ricadere.
E qui arriviamo al suo cavallo di battaglia. Le famose “tre T di Vespignani”.
Non mi prenda in giro. Ne parlo da mesi perché è il mio chiodo: le tre T sono l’uovo di Colombo, “testing, tracing and treating”.
“Testare”, “tracciare” e “trattare”.
Esatto. Noi ormai siamo in una fase in cui non conta solo dove ti trovi – il livello dei contagi ad esempio – ma quello che fai.
Cominciamo con il testare.
Tamponi e test, purché omologati. Serve un esercito. Serve una determinazione ossessiva e spietata. Io in Italia oggi questo esercito non lo vedo.
In Veneto, forse?
Il Veneto sta diventando un ottimo modello. Proprio perché sono partiti dalla prima T.
Passiamo alla seconda.
Tracciare. Che poi significa poter “Isolare”. Appena sei positivo c’è qualcuno che ti chiama e ti chiede: “Quante persone hai visto? E chi sono?”. E poi si chiamano, si isolano e si seguono anche quelli.
Ma c’è qualcuno che ci si sta avvicinando?
In Cina, in Corea a Hong Kong. In Germania. Bisogna risalire tracciando. E spiegare: “Anche se stai bene come un pupo, se hai avuto contatti con l’infetto te ne stai a casa due settimane, meno i giorni che sono passati dal tuo contatto”.
Non sempre quindici, dunque? E perché?
Siccome non va dimenticato che tutto questo ha un costo sociale enorme, se il contatto è avvenuto dieci giorni fa e sei negativo devi essere isolato solo cinque giorni.
E poi?
Poi li devo monitorare, misurare. E ti devo assistere. Al momento giusto, se sei negativo puoi uscire.
Molti si chiedono se si possa fare in paesi come il nostro.
Eh no! Qui mi incazzo.
Professor Vespignani!
Ma queste cose sono state fatte in Congo, quando abbiamo combattuto contro Ebola!
Lei ha monitorato anche quella epidemia?
Noi abbiamo costruito i modelli per il Congo e, le autorità congolesi li hanno implementati anche in zone di guerra! Si può fare in Congo e non si può fare a Milano?
Quali altri modelli avete costruito?
Abbiamo lavorato su Zika, in Sud America, e nelle zone del sud degli Stati Uniti. Poi con la Pandemia influenzale del 2009. Calibrato i modelli sulla SARS.
Sono esperienze parallele a questa pandemia?
Sì. È la terza volta che un Coronavirus fa un salto di specie. La Sars, come è noto, faceva più vittime, ma non aveva una trasmissione asintomatica.
Cos’altro emerge dai vostri modelli?
I bambini sembrano meno suscettibili. Meno sintomatici. Ma è da confermare.
Altra cosa importante per la Fase 2, la terza T.
Trattare. E qui io vorrei partire dall’isolamento, che non può essere familiare.
Non può?
No. Io non posso credere che in Italia ancora oggi si dica ad un infetto: “Adesso chiuditi a casa tua”.
Perché?
Ma prendete un albergo! Aprite una caserma. Fate quello che volete, ma non chiudete gli infetti nelle loro case, ad infettare i loro familiari.
E le sembra un problema di mentalità o economico?
Di mentalità. Perdiamo un miliardo di euro al giorno. Ma prendiamo tutte le stanze che servono, e facciamo trascorrere il miglior periodo di quarantena immaginabile.
Perché questo messaggio non passa?
Io non me ne capacito. Eppure nei venti punti del ministero ci stanno queste cose scritte. Il problema è che molti governatori non le applicano.
Quindi lei cosa direbbe alla Santelli?
Che se vuole aprire deve passare per le tre T e costruire questa infrastruttura. Ma senza aver costruito un sistema, invece, “aprire” diventa un esercizio di stile.
E in America a quante T siete?
Dipende. Serve un esercito di tracciatori. Negli Stati Uniti si pensa di assumerne almeno 100mila. Solo la California ne deve mettere in campo 10mila. E stiamo già facendo i bandi.
E la polemica sulla App?
Io non l’ho capita. Ma davvero pensiamo di sconfiggere Covid con una app?
Proprio lei è scettico?
Sì, e non perché da informatico non abbia fiducia nelle tecnologie, si figuri. Ma perché le persone vanno se-gui-te. Lei se lo immagina uno che si alza la mattina e tutto tranquillo si autoisola perché lo schermo del telefonino gli diventa rosso?
In teoria dovrebbe essere così.
Ma no, perché quell’infetto è un uomo che non può essere lasciato da solo. Magari sono un padre e ho una famiglia da far campare. Magari sono un precario e devo uscire. Magari non ho lo spazio domestico per tutelare i miei.
Esattamente quello che è accaduto in Italia.
Sono isolato a casa, in quarantena, non faccio il tampone, nessuno sa come sto, e poi magari chiamo la ASL che non mi risponde perché ha tante telefonate. Folle.
Quindi per questo la app non va bene.
Le app vanno benissimo, possono essere un grande supporto, ma serve un servizio umano. Serve una tutela a distanza che non si può realizzare solo con un algoritmo o con le faccine sul telefonino.
Ma serve un personale medico?
Nooo… Non devono essere necessariamente medici e infermieri. Devono andare a prendere la temperatura con lo scanner. Fare telefonate. Monitorare. E se ci sono problemi passare la palla ai medici.
E in quanto si mette su questa cosa da zero, in un paese dal Congo in su?
Bisognava partire al giorno uno a metterlo in piedi. Stiamo parlando di due mesi fa.
Quindi, ricapitando, facciamo l’esame di Fase 2 ai governatori, applicando la legge delle tre T.
Hai l’ospedale Covid e l’albergo dedicato? Hai già l’esercito dei tracciatori? Hai test e tamponi? Hai regole chiare e intellegibili per chi torna al lavoro? Hai le terapie intensive pronte? Hai modo di avere dati costantemente aggiornati su casi e decessi? Se non sei preparato devi sapere che stai correndo un rischio grave.
Molti virologi sono scettici sulla possibilità di attuare la Fase 2.
Io non sono d’accordo. In primo luogo perché bisogna tornare al lavoro. Il fatto di essere un epidemiologo non può esimermi dal sapere che si muore anche di recessione.
Il Governo apre molti spazi.
Ho visto le stime: questa Fase 2 porterà di nuovo in giro 4,5 milioni di italiani. È una cifra sostenibile. Anche perché tutti i luoghi pubblici restano chiusi.
Secondo lei possono riaprire i ristoranti e i bar?
Se hanno spazi all’aperto è meno rischioso.
Il caldo ci aiuterà?
L’estate potrebbe portare un po’ tregua. Io penso che in queste condizioni stare all’aperto sia meglio che stare al chiuso.
Un pericolo da evitare.
Ho paura dei locali con l’aria condizionata. Mi preoccupano più i luoghi di vacanza affollati al mare, soprattutto senza presidi medici, più che la gente vada al mare.
Parliamo ancora della terza T.
Io vorrei che ci fossero ospedali Covid in tutte le regioni, soprattutto in Sardegna e Sicilia.
E il rischio della seconda ondata?
Se siamo bravi non ci sarà. Noi siamo in grado di cambiare la traiettoria dell’epidemia. Noi possiamo evitare che l’uragano arrivi.
Quando potremo dire che tutto torna come prima?
Non c’è una data, ma un obiettivo. La risposta è: solo quando avremo più farmaci e il vaccino.
Quindi, sulla Fase 2, il suo è un sì, ma condizionato.
Per tornare al lavoro bisogna avere queste condizioni di contorno.
Alcuni dicono: “Non ci sono le risorse, non c’è il tempo”.
È un altro ragionamento folle. Le posso fare l’ultimo esempio? Bisogna immaginare per un attimo che non si tratti di un virus.
E cosa cambia?
Se ci fossimo ritrovati in una guerra dove si sono già contati 20mila morti, 100mila feriti, migliaia di dispersi non avremmo perso un secondo.
Dice?
Ma certo. Avremmo già intere fabbriche che costruiscono carri armati invece che automobili, avremmo già corpi volontari arruolati e intruppati, avremmo linee di difesa multiple, migliaia riservisti mobilitati!
Dovremmo, infatti.
(Sospiro). E allora perché non accade?
Intervista all'epidemiologo italiano che opera negli Usa: “Per la Fase 2 bisogna ‘testare’, ‘tracciare’, e ‘trattare’. Da qui non si scappa. Noi epidemiologi siamo come quelli che fanno le previsioni del tempo, ma non abbiamo la foto di un un vortice da mostrare al mondo. Per fortuna, al contrario dei metereologi, dopo aver individuato l’uragano, possiamo attenuarne l’impatto”
Di Luca Telese
Professor Vespignani, lei è un epidemiologo, ma non un virologo.I virologi – come le spiegherò – possono essere dei luminari, ma talvolta sono le persone meno indicate per capire come si sviluppa una epidemia.
Addirittura. E lei?Io non potrei dare nessun contributo a trovare un vaccino, ma sono in grado di dire come si muove il virus in una popolazione.
Lei è pro o contro il passaggio alla Fase 2 in Italia?Non ho nulla in contrario, in linea di principio. Anzi, penso che sia necessario ritornare al lavoro. Ma per farlo servono le condizioni di base per non ricadere nell’epidemia.
Cosa serve, che cosa manca?Prima di tutto un salto di mentalità. E poi le tre T. Se vuole le spiego perché.
Alessandro Vespignani, 55 anni. Figlio di Renzo Vespignani, uno dei più famosi pittori italiani del dopoguerra. Romano, fisico di formazione, una carriera internazionale a cavallo fra Europa e America, costruita – negli ultimi venti anni – tutta sulla caccia ai virus. Vespignani è atipico, nella sua formazione, e molto determinato nella sua analisi: “Da oggi 4,5 milioni di persone in più saranno sulle strade, bisogna evitare una seconda ondata: raggiungere questo obiettivo è possibile”.
Buonasera Vespignani, come si sente ad essere considerato “l’enfant prodige dell’epidemiologia” tra i due mondi, fra America e Italia?
“Prodige” non saprei. “Enfant” mi pare troppo generoso, visto che ormai ho 55 anni.
Come è diventato epidemiologo?Pensi: io di formazione primaria sono un fisico, che poi si è interessato all’informatica, che poi da questa base è passato a studiare le reti sociali.
Non sembra un percorso convenzionale, a dire il vero.
(Ride). Ah, certo, assolutamente no: il fatto è che alla fine degli anni Novanta ho iniziato ad occuparmi di virus informatici. E da lì sono passato ai virus biologici.
Ancora più singolare.Capisco. Ma in realtà lo è molto meno di quanto non possa sembrare: il comportamento dei virus informatici, dal punto di vista schematico, e gli scambi infettivi tra le reti, allora seguivano dinamiche sovrapponibili a quelle biologiche.
Era il 2000, l’anno della Sars.Esatto. La Sars è stato il battesimo di una intera generazione, e – nel piccolo – il mio.
Cosa accadde?Mi fecero una proposta, quasi estemporanea, e io accettai senza sapere che sarebbe diventato il mestiere di una vita.
Chi fu?Un collega francese, Valleron. Era rimasto stupito da questa corrispondenza tra modelli e mi disse: “Ma perché non applichi questi tuoi schemi informatici alla epidemiologia?”.
E quale fu il primo passo?Incrociare l’analisi dei dati e i modelli matematici con la tracciabilità.
Mi faccia un esempio concreto.L’emergenza era contenere una epidemia globale. Serviva capire – per esempio – chi c’era su un determinato volo, e sui voli in connessione, capire le frequenze, i flussi totali riaggregati, gli stop over e la digitalizzazione del traffico aereo.
Ed era così difficile?Oh sì! Dal punto di vista dei big data, è come se parlassimo di preistoria. Parlo, cioè, del 1998, del 1999, del 2000. Se fa mente locale, scoprirà che tutti noi volavamo ancora con i biglietti cartacei!
Infatti mi sembra che accada da sempre.In realtà la digitalizzazione integrale è iniziata dopo l’11 settembre, quando – dopo i virus – abbiamo iniziato ad inseguire i terroristi. Un altro virus, ma altrettanto pericoloso.
Lei si considera un “cervello in fuga”?(Ride). Non è una espressione in cui mi riconosco, perché ci consegna una idea di necessità. Io ho scelto questo percorso perché era una opportunità, non una condanna.
Però la stessa opportunità in Italia c’era?Ah, in questo senso direi proprio di no, soprattutto con il senno del poi. Facevo ricerca con l’Università, e il mio relatore di tesi mi disse: “Scusa Vespignani: tu vuoi fare il borsista tutta la vita?”. Era una domanda retorica. Non volevo, e ho lasciato l’Italia nel 1994.
Per andare a Yale.Ho avuto la fortuna di lavorare, per due anni, con un mostro sacro come Benoit Mandelbrot, scienziato francese di origine polacca emigrato in America, famoso per i suoi studi sulla geometria frattale. Classe 1925: un gigante.
E poi?È arrivata una ottima offerta e sono andato in Olanda.
Più soldi?
Sì, guadagnavo di più, ma non ho mai fatto una scelta di questo tipo, non ho mai scelto per uno stipendio: all’epoca mi interessavano le opportunità e la formazione.
E quella successiva?A Trieste: ho lavorato per l’Unesco e per l’Agenzia atomica. Ho allargato enormemente le mie conoscenze e i miei campo di competenza.
Poi la Francia.
Mi hanno chiamato al CNRS, Istituzione prestigiosa, dove sono diventato, visto che questi dettagli le interessano, “ricercatore di prima classe”.
In Francia conosce anche la sua futura moglie.Si chiama Martina, e insegnava italiano in Francia. Stavamo bene, pensavo di aver visto e fatto già tutto.
E invece?
Un giorno mi chiama un mio ex compagno di università dall’Indiana University.
E cosa le dice?
“Tu saresti interessato a venire qui? Noi vorremmo aprire un centro di sistemi complessi”.
Quale delle sue tante competenze gli serviva?
(Sorriso). Questo è il bello. Tutte.
Tutte?
Proprio perché in quegli anni ci si rese conto che nell’era digitale per l’epidemiologia servivano competenze particolari, multiple e interdisciplinari.
In Indiana ci resta sette anni.
Ricordo che partimmo con Martina che chiedeva ironica: “Dove sta Indianapolis?”. Abbiamo lavorato e vissuto lì fino al 2011.
E poi?
Poi arriva la classica offerta che non si può rifiutare, dalla Northeastern University.
E cos’era che non si può rifiutare visto che lei non era interessato ad uno stipendio?
Le risorse. Uno standard che è il sogno di qualsiasi scienziato, e potrei tradurre così: “Porti chi vuoi, fai quello che vuoi, puoi prendere o comprare quello che ti serve”.
E Martina?
Alla fine lei è diventata più americana di me. Abbiamo due figli “americani”, nati qui: Lorenzo,12 anni, e Ottavia, 9. Ormai la nostra casa è questa.
Un altro pianeta rispetto alla ricerca in Italia?
Non sono i soldi su un determinato progetto a fare la differenza, è il sistema: è tutta la rete di fondi di ricerca che hai intorno. Ormai siamo a Boston da otto anni, con me ho una dozzina di ricercatori, occupiamo due piani.
Quindi oggi come si definisce, dal punto di vista professionale?
Io? Bella domanda: direi che sono una persona che si occupa di epidemiologia computazionale.
Molti virologi dicono di lei, con un po’ di sospetto: un fisico che si occupa di epidemiologia è curioso.
Ah ah ah. Se volessi prendere cappello potrei rispondere così: non tutti sanno che un normale virologo – salvo eccezioni – sa poco di epidemiologia.
Scherza?
Mannó, non c’è nulla di polemico. Si tratta della loro formazione: magari fanno un paio di esami, uno studio sull’epidemiologia. Ma il loro lavoro, giustamente, è un altro.
Mi faccia capire con un esempio per spiegare la differenza tra virologi ed epidemiologi.
Mi è venuto in mente questo: è come chiedere a un meccanico bravissimo con i pistoni e con le centraline delle auto di fare un previsione sul traffico in autostrada al casello di Abbiategrasso.
Lei invece è quell’uomo.
Esatto. Io non sono bravo a smontare il motore di un virus, a trovare un vaccino, ma lavoro con i dati per capire quanti contagiati ci saranno domani, e tra un mese, a Milano, a Bergamo, o a New York.
Servono molte equazioni, molta matematica, molte capacità di analisi.
Vede, dietro questo benedetto R0, c’è una tale complessità previsionale che il nostro mestiere, lo dico senza ironia, è molto più simile a quello dei metereologi. Come per loro, più lontana è la previsione, maggiore e il grado di approssimazione.
Come un metereologo? Scherza?
Sì, ma con due differenze importanti.
Quali?
La prima è che noi pronostichiamo quasi sempre catastrofi, non ci chiamano se c’è bel tempo.
E la seconda?
Un metereologo ha sempre una bella immagine di un vortice da fare vedere e può dire: “Guardate. Questo è il ciclone, e vi sta arrivando proprio sulle teste”. Noi, invece, non abbiamo nulla di così immaginifico da far vedere.
I morti.
Che però ancora non ci sono, io devo andare da un politico e gli devo dire: guarda, oggi ci sono solo sei contagiati. Fra un mese potranno essere un milione.
Perché all’inizio molti virologi dicevano “questo virus fa 100 morti mentre l’influenza ne fa 20mila”? Era giusto o sbagliato?
Era sbagliato. Ecco un altro esempio della differenza tra un meccanico di virus e un epidemiologo. Quella previsione non faceva i conti con la velocità di propagazione, la mancanza di farmaci, la popolazione vulnerabile rispetto ad una normale influenza.
Che in Italia può colpire massimo dieci milioni di persone perché gli altri sono immuni…
Mentre il Coronavirus è la prima volta per tutti.
Seconda grande domanda. I dati della Cina alla luce di quello che lei ha riscontrato sono falsi?
Secondo me erano assolutamente veri.
Davvero?
Vede, bisogna capirsi: i dati di qualsiasi epidemia all’inizio sono sempre – mi passi il romanismo – “un casino”.
La Cina, però ha aspettato sei giorni prima di avvisare il mondo.
Ma è ovvio! Prenda l’Italia: anche noi, in una sola settimana, abbiamo cambiato il nostro punto di vista: all’inizio ci sono stati errori, riponderazioni, buchi. Ecco perché io da mesi dico che anche i nostri dati “non sono veri”.
Qui è lo statistico che parla.
È matematica. Gli infetti in Italia sono dieci volte di più di quelli ufficialmente infettati. Io direi: riconosciuti come infetti.
Perché il campione che abbiamo è falsato?
Esatto. Qualunque modello sensato e professionale ci dice che siamo già nell’ordine dei milioni, e non delle centinaia di migliaia.
È sicuro che ci sia uno scarto così ampio?
Esatto. È come fare un sondaggio politico e farlo sono nella sezione di un partito. È ovvio che se sei in una sede della Lega ti sembra che Salvini abbia il 90% e se sei a Reggio Emilia il più popolare è Bersani. Vuol dire che la nostra impressione ingannevole è data dal fatto che il grosso dei tamponi non sono fatti seguendo un modello statistico demoscopico, ma prendendo tutti quelli che gravitavano già sugli ospedali.
Mi faccia un altro esempio.
Andiamo lontano dall’Italia. Il lavoro che sto facendo sembrava diventato impossibile: ci sono volute due settimane solo per capire come contavano i morti a New York, capisce?
Per l’annosa questione se si muore “con” Coronavirus o “per” Coronavirus?
Sì. Ma anche per una questione di flusso: un giorno ti arrivano 3.500 morti tutti insieme, e forse il dato riassume quello che è accaduto un mese prima.
In Europa sono stati più bravi?
Questo mi fa sorridere. Se lei si ricorda in Francia, in Germania, in Inghilterra dicevano: “Il caso Italiano”. Erano solo quindici giorni indietro a noi. Era insensato. Io questo l’ho detto a marzo dal TG1 al Corriere della sera.
Quindi non siamo stati meno bravi, secondo lei.
Questo virus è una bestia maledetta che ha preso tutti, senza fare sconti a nessuno. E molti di coloro che sorridevano sulla nostra “impreparazione” e sorridevano, si sono fatti trovare più impreparati di noi malgrado il preavviso!
Altra vexata quaestio: era giusto chiudere i voli diretti per la Cina o non è servito a nulla?
Dal mio punto di vista è stato giustissimo farlo. Chiudere un volo diretto non ferma il contagio, ma lo rallenta di sicuro. Si ricorda? Negli anni Duemila iniziai proprio con questo tipo di calcoli probabilistici sui voli e sui contatti.
Perché i tedeschi hanno l’indice di mortalità enormemente più basso del nostro?
Per due motivi. I tedeschi confermano molti più casi di noi, allargano il denominatore dei tamponati, quindi riducono il rapporto di mortalità.
E poi?
Il dato sui morti con patologie concorrenti: alcuni dei loro casi vengono computati con altre cause di decesso.
Qual è il fattore di rischio più alto del Coronavirus?
Il tema del contagio indotto dagli asintomatici e il periodo di incubazione.
Che tradotto sul suo modello cosa produce?
Per settimane l’epidemia galoppa nascosta, sottotraccia, invisibile. Un flagello.
È attendibile lo studio che in Italia ha ipotizzato il rischio di 150mila terapie intensive se si sbaglia nella Fase 2?
Molto verosimile, proprio per tutto quello che abbiamo detto su contagi occulti e capacità di trasmissione uomo-uomo.
Anche in America sarà così?
La faccio sorridere, ma di amarezza. Noi stiamo lavorando con la Casa Bianca per quel tipo di proiezioni. Qui l’adozione di quel tipo di modello ci fa salire a una stima di due milioni di vittime.
Il governo americano usa uno dei vostri modelli?
Diciamo che è uno dei quattro usati dalla task force. Ma, per darle un’idea, gli altri non si differenziano dal nostro per essere più ottimistici.
Il suo come si chiama?
“Global epidemic and mobility model”.
Torniamo all’Italia.
Io quel lavoro l’ho studiato: sono dati molto raffinati, uno studio di epidemiologia fatto davvero molto bene. Di una professionalità e di una cura infinita.
Quindi dobbiamo suicidarci?
No! Dobbiamo fare le cose per bene, applicando la regola delle tre T, come le spiegherò tra poco, e quel numero potenziale non si realizza. Come è accaduto tra nord e sud Italia.
Perché tutti gli epidemiologi pronosticavano una catastrofe dopo l’esodo di massa da Milano e invece non c’è stata?
In primo luogo perché c’è stata responsabilità collettiva e molti si sono isolati. In secondo luogo perché era già accaduto.
Dove?
In Cina. Lo sa che nella “Fuga da Whuan” si sono disperse per la Cina mezzo milione di persone?
E cosa sapevate voi?
Che non tutti erano infetti. Non tutti erano asintomatici. E che, aggiungendo quei casi agli altri che sicuramente già c’erano, non ci sarebbe stato il collasso. Noi questa dinamica la vedevamo.
Quando dice così mi fa paura. La “vedevate”?
Dalle equazioni: torni per un attimo alla similitudine delle previsioni del tempo…
Ci sono.
Noi sapevamo che il sud era in una situazione completamente diversa dal nord. Al nord il virus è arrivato a fine dicembre. Al nord circolava sottotraccia. Al nord il virus si è innervato in una rete di relazioni, viaggi, e commerci enormemente sviluppata. Parlo di voli, di connessioni.
Di nuovo il suo cavallo di battaglia del Duemila.
Ma lei davvero vuole paragonare le interazioni del Molise con la Cina a quelle con la Lombardia industrializzata? Sono due paesi diversi. Due mondi.
Proviamo a raccontare come si muove il virus in quel nord ad alta densità industriale ed antropica.
L’equazione che aiuta a capire è semplice: se tu ogni tre o quattro giorni hai il tempo di raddoppio dei contagi, in un mese ti ritrovi con un due elevato alla settima. Facendo due conti, un’epidemia che parte un mese prima è 128 volte più grande di quella partita il mese dopo. Due settimane sono un fattore 10.
Ma è stato giusto chiudere tutta l’Italia come ha fatto il governo due mesi fa?
Io non ho il minimo dubbio, e nessuno dati alla mano può averlo. Il blocco funziona. Il dramma sarebbe accaduto se all’epoca si fossero fatte chiusure differenziali.
Perché le regioni del Sud sarebbero state contagiate da quelle del nord.
Malgrado i volumi di traffico enormemente diversi tra Bergamo e il Molise, se non chiudevi il virus sarebbe arrivato anche in Molise!
E gli ospedali?
Lodi e Codogno: lì sono stati sfortunati. Quegli ospedali sono diventati dei focolai, non era inevitabile. Ma il grande tema è: c’erano le protezioni e la preparazione? Perché se non le hai non puoi non sbagliare.
La scala di Bergamo proiettata su New York è peggiore o migliore?
Io credo che siamo lì. Quando Improvvisamente ci siamo trovati quei 3.500 morti hanno fatto sballare tutti i modelli.
E da voi?
L’altro giorno ho dovuto gestire un casino enorme. Quando qui c’erano 28 casi. Noi abbiamo dovuto dire alle autorità che saremmo arrivati presto a 25 mila. Però non sempre la precisione si certifica. Perché rispetto a chi fa le previsioni del tempo noi abbiamo una fortuna: noi possiamo cambiare il racconto dell’uragano. Possiamo abbattere la forza dell’onda che vediamo sollevarsi.
Quanto ha contato nel caso Italiano la condizione della sanità?
Molto. Non abbiamo avuto nessuna linea di difesa prima degli ospedali.
E questo ha aumentato anche i numeri dei contagi.
Per forza. Non solo non vedi il virus correre quando si muove in modo asintomatico. Ma non riesci ad intervenire nemmeno quando lo vedi. Se ti metti in moto quando le terapie intensive sono intasate, per molti di quelli che arrivano è già troppo tardi.
E in America hanno gli stessi problemi con la Fase 2?
Uhhhh! Da oggi 15 stati iniziano a riaprire, e non dovrebbero.
Lei è favorevole o contrario alla Fase 2?
Detta così la domanda è mal posta.
E come andrebbe posta?
A me pare che non ci sia ancora nessun paese in cui c’è già una infrastruttura di contrasto del virus che ti impedisca di ricadere.
E qui arriviamo al suo cavallo di battaglia. Le famose “tre T di Vespignani”.
Non mi prenda in giro. Ne parlo da mesi perché è il mio chiodo: le tre T sono l’uovo di Colombo, “testing, tracing and treating”.
“Testare”, “tracciare” e “trattare”.
Esatto. Noi ormai siamo in una fase in cui non conta solo dove ti trovi – il livello dei contagi ad esempio – ma quello che fai.
Cominciamo con il testare.
Tamponi e test, purché omologati. Serve un esercito. Serve una determinazione ossessiva e spietata. Io in Italia oggi questo esercito non lo vedo.
In Veneto, forse?
Il Veneto sta diventando un ottimo modello. Proprio perché sono partiti dalla prima T.
Passiamo alla seconda.
Tracciare. Che poi significa poter “Isolare”. Appena sei positivo c’è qualcuno che ti chiama e ti chiede: “Quante persone hai visto? E chi sono?”. E poi si chiamano, si isolano e si seguono anche quelli.
Ma c’è qualcuno che ci si sta avvicinando?
In Cina, in Corea a Hong Kong. In Germania. Bisogna risalire tracciando. E spiegare: “Anche se stai bene come un pupo, se hai avuto contatti con l’infetto te ne stai a casa due settimane, meno i giorni che sono passati dal tuo contatto”.
Non sempre quindici, dunque? E perché?
Siccome non va dimenticato che tutto questo ha un costo sociale enorme, se il contatto è avvenuto dieci giorni fa e sei negativo devi essere isolato solo cinque giorni.
E poi?
Poi li devo monitorare, misurare. E ti devo assistere. Al momento giusto, se sei negativo puoi uscire.
Molti si chiedono se si possa fare in paesi come il nostro.
Eh no! Qui mi incazzo.
Professor Vespignani!
Ma queste cose sono state fatte in Congo, quando abbiamo combattuto contro Ebola!
Lei ha monitorato anche quella epidemia?
Noi abbiamo costruito i modelli per il Congo e, le autorità congolesi li hanno implementati anche in zone di guerra! Si può fare in Congo e non si può fare a Milano?
Quali altri modelli avete costruito?
Abbiamo lavorato su Zika, in Sud America, e nelle zone del sud degli Stati Uniti. Poi con la Pandemia influenzale del 2009. Calibrato i modelli sulla SARS.
Sono esperienze parallele a questa pandemia?
Sì. È la terza volta che un Coronavirus fa un salto di specie. La Sars, come è noto, faceva più vittime, ma non aveva una trasmissione asintomatica.
Cos’altro emerge dai vostri modelli?
I bambini sembrano meno suscettibili. Meno sintomatici. Ma è da confermare.
Altra cosa importante per la Fase 2, la terza T.
Trattare. E qui io vorrei partire dall’isolamento, che non può essere familiare.
Non può?
No. Io non posso credere che in Italia ancora oggi si dica ad un infetto: “Adesso chiuditi a casa tua”.
Perché?
Ma prendete un albergo! Aprite una caserma. Fate quello che volete, ma non chiudete gli infetti nelle loro case, ad infettare i loro familiari.
E le sembra un problema di mentalità o economico?
Di mentalità. Perdiamo un miliardo di euro al giorno. Ma prendiamo tutte le stanze che servono, e facciamo trascorrere il miglior periodo di quarantena immaginabile.
Perché questo messaggio non passa?
Io non me ne capacito. Eppure nei venti punti del ministero ci stanno queste cose scritte. Il problema è che molti governatori non le applicano.
Quindi lei cosa direbbe alla Santelli?
Che se vuole aprire deve passare per le tre T e costruire questa infrastruttura. Ma senza aver costruito un sistema, invece, “aprire” diventa un esercizio di stile.
E in America a quante T siete?
Dipende. Serve un esercito di tracciatori. Negli Stati Uniti si pensa di assumerne almeno 100mila. Solo la California ne deve mettere in campo 10mila. E stiamo già facendo i bandi.
E la polemica sulla App?
Io non l’ho capita. Ma davvero pensiamo di sconfiggere Covid con una app?
Proprio lei è scettico?
Sì, e non perché da informatico non abbia fiducia nelle tecnologie, si figuri. Ma perché le persone vanno se-gui-te. Lei se lo immagina uno che si alza la mattina e tutto tranquillo si autoisola perché lo schermo del telefonino gli diventa rosso?
In teoria dovrebbe essere così.
Ma no, perché quell’infetto è un uomo che non può essere lasciato da solo. Magari sono un padre e ho una famiglia da far campare. Magari sono un precario e devo uscire. Magari non ho lo spazio domestico per tutelare i miei.
Esattamente quello che è accaduto in Italia.
Sono isolato a casa, in quarantena, non faccio il tampone, nessuno sa come sto, e poi magari chiamo la ASL che non mi risponde perché ha tante telefonate. Folle.
Quindi per questo la app non va bene.
Le app vanno benissimo, possono essere un grande supporto, ma serve un servizio umano. Serve una tutela a distanza che non si può realizzare solo con un algoritmo o con le faccine sul telefonino.
Ma serve un personale medico?
Nooo… Non devono essere necessariamente medici e infermieri. Devono andare a prendere la temperatura con lo scanner. Fare telefonate. Monitorare. E se ci sono problemi passare la palla ai medici.
E in quanto si mette su questa cosa da zero, in un paese dal Congo in su?
Bisognava partire al giorno uno a metterlo in piedi. Stiamo parlando di due mesi fa.
Quindi, ricapitando, facciamo l’esame di Fase 2 ai governatori, applicando la legge delle tre T.
Hai l’ospedale Covid e l’albergo dedicato? Hai già l’esercito dei tracciatori? Hai test e tamponi? Hai regole chiare e intellegibili per chi torna al lavoro? Hai le terapie intensive pronte? Hai modo di avere dati costantemente aggiornati su casi e decessi? Se non sei preparato devi sapere che stai correndo un rischio grave.
Molti virologi sono scettici sulla possibilità di attuare la Fase 2.
Io non sono d’accordo. In primo luogo perché bisogna tornare al lavoro. Il fatto di essere un epidemiologo non può esimermi dal sapere che si muore anche di recessione.
Il Governo apre molti spazi.
Ho visto le stime: questa Fase 2 porterà di nuovo in giro 4,5 milioni di italiani. È una cifra sostenibile. Anche perché tutti i luoghi pubblici restano chiusi.
Secondo lei possono riaprire i ristoranti e i bar?
Se hanno spazi all’aperto è meno rischioso.
Il caldo ci aiuterà?
L’estate potrebbe portare un po’ tregua. Io penso che in queste condizioni stare all’aperto sia meglio che stare al chiuso.
Un pericolo da evitare.
Ho paura dei locali con l’aria condizionata. Mi preoccupano più i luoghi di vacanza affollati al mare, soprattutto senza presidi medici, più che la gente vada al mare.
Parliamo ancora della terza T.
Io vorrei che ci fossero ospedali Covid in tutte le regioni, soprattutto in Sardegna e Sicilia.
E il rischio della seconda ondata?
Se siamo bravi non ci sarà. Noi siamo in grado di cambiare la traiettoria dell’epidemia. Noi possiamo evitare che l’uragano arrivi.
Quando potremo dire che tutto torna come prima?
Non c’è una data, ma un obiettivo. La risposta è: solo quando avremo più farmaci e il vaccino.
Quindi, sulla Fase 2, il suo è un sì, ma condizionato.
Per tornare al lavoro bisogna avere queste condizioni di contorno.
Alcuni dicono: “Non ci sono le risorse, non c’è il tempo”.
È un altro ragionamento folle. Le posso fare l’ultimo esempio? Bisogna immaginare per un attimo che non si tratti di un virus.
E cosa cambia?
Se ci fossimo ritrovati in una guerra dove si sono già contati 20mila morti, 100mila feriti, migliaia di dispersi non avremmo perso un secondo.
Dice?
Ma certo. Avremmo già intere fabbriche che costruiscono carri armati invece che automobili, avremmo già corpi volontari arruolati e intruppati, avremmo linee di difesa multiple, migliaia riservisti mobilitati!
Dovremmo, infatti.
(Sospiro). E allora perché non accade?
venerdì 1 maggio 2020
L’azzardo della ripartenza 26 aprile 2020 - di Luca Ricolfi
Sono stato facile profeta quando, una settimana fa, scrissi che ai primi di maggio la fase 2 sarebbe partita comunque, a prescindere dall’andamento dell’epidemia. E infatti così è: il mese di maggio sarà il mese della ripartenza. Più o meno modulata, più o meno differenziata, ma comunque ripartenza, allentamento delle misure restrittive, riapertura di molte fabbriche ed esercizi commerciali.
Può essere più o meno sbagliato, ma è inevitabile. La democrazia è sospesa, l’opinione pubblica preme, gli operatori economici scalpitano: impensabile che la politica non ne tenga conto.
Che poi tanti medici e tanti scienziati dicano che è pericoloso, poco importa. E nemmeno contano le parole del prof. Andrea Crisanti, probabilmente il nostro epidemiologo più esperto, quello che ha realizzato l’indagine su Vo’, ha scoperto l’enorme peso degli asintomatici, e fin da febbraio ha avvertito che occorreva chiudere, e chiudere subito: “tutti quelli che si affannano e spingono per riaprire non si rendono conto delle conseguenze a lungo termine; i rischi esistono perché c’è ancora tantissima trasmissione: tremila casi al giorno sono ancora molti, mica pochi”.
Che dire, dunque?
Forse semplicemente a che punto siamo, quel che sappiamo e quel che non sappiamo.
Soprattutto quel che non sappiamo, perché nessuno può pensare di governare un’epidemia senza i dati di base della situazione, e senza strumenti di monitoraggio ragionevolmente precisi.
Può essere più o meno sbagliato, ma è inevitabile. La democrazia è sospesa, l’opinione pubblica preme, gli operatori economici scalpitano: impensabile che la politica non ne tenga conto.
Che poi tanti medici e tanti scienziati dicano che è pericoloso, poco importa. E nemmeno contano le parole del prof. Andrea Crisanti, probabilmente il nostro epidemiologo più esperto, quello che ha realizzato l’indagine su Vo’, ha scoperto l’enorme peso degli asintomatici, e fin da febbraio ha avvertito che occorreva chiudere, e chiudere subito: “tutti quelli che si affannano e spingono per riaprire non si rendono conto delle conseguenze a lungo termine; i rischi esistono perché c’è ancora tantissima trasmissione: tremila casi al giorno sono ancora molti, mica pochi”.
Che dire, dunque?
Forse semplicemente a che punto siamo, quel che sappiamo e quel che non sappiamo.
Soprattutto quel che non sappiamo, perché nessuno può pensare di governare un’epidemia senza i dati di base della situazione, e senza strumenti di monitoraggio ragionevolmente precisi.
Ignoranza 1. Non sappiamo quanti sono i contagiati, né quanti fra i contagiati sono tuttora contagiosi. E non lo sappiamo innanzitutto perché, nonostante fin da metà marzo vi fossero proposte di condurre un’indagine su un campione nazionale rappresentativo, e per quanto alla fine anche le autorità si fossero convinte della sua utilità, il pachiderma dell’apparato addetto all’indagine nazionale non ha ancora fornito un solo bit di informazione. Dunque, se vogliamo avere un’idea della diffusione del contagio siamo costretti a ricorrere a stime ultra-incerte, che viaggiano arditamente fra i 2 e i 12 milioni di persone.
Ignoranza 2. Non conosciamo neppure la diffusione territoriale relativa del contagio. Il dato meno inquinato di cui disponiamo è quello dei morti per Covid-19 in ogni regione. Ma da quando si è appreso che non solo il numero dei morti effettivo è molto superiore a quello ufficiale (da 2 a 4 volte), ma il numero oscuro dei morti nascosti è estremamente variabile da regione a regione, da provincia a provincia, da comune a comune, siamo costretti a concludere che la distribuzione territoriale del contagio potrebbe essere molto diversa da quella suggerita dai morti per abitante, e che i rischi per il Sud potrebbero essere sensibilmente maggiori di quel che si pensa basandosi sul numero di morti ufficiali (del numero di contagiati fornito dalla Protezione Civile non vale neppure la pena di parlare, tanta è la loro dipendenza dai tamponi effettuati in ogni territorio). E dire che, per saperne di più, basterebbe che le autorità, anziché trincerarsi dietro il paravento della privacy, si degnassero di comunicare il numero di morti comune per comune.
Ignoranza 3. Non sappiamo a che velocità viaggia effettivamente l’epidemia, nonostante vi siano esperti che presumono di conoscere il cosiddetto “numero riproduttivo” (ossia il numero di contagiati per persona) addirittura regione per regione.
Credo non a tutti sia chiaro che i numeri che quotidianamente ci vengono comunicati dalla Protezione civile non si riferiscono al “mare” dei contagiati, ma a un “laghetto” di pazienti intercettati dalle autorità sanitarie. Nessuno conosce esattamente le dimensioni relative del laghetto rispetto al mare, ma le stime più ottimistiche dicono che il mare potrebbe essere “solo” 10 o 20 volte più grande del laghetto, mentre le più pessimistiche (vedi la virologa Ilaria Capua) si spingono ad ipotizzare che possa essere 100 volte tanto (la stima della Fondazione Hume, che verrà pubblicata nei prossimi giorni, è che il mare sia circa 50 volte più grande del laghetto). Questo significa che, quando la sera ascoltiamo con trepidazione le cifre dei nuovi casi, quello di cui gli esperti ci stanno parlando è quel che succede nel laghetto che loro riescono ad osservare, mentre di quel che capita nel restante 90, 95 o 98% della realtà nulla di preciso è dato sapere.
Credo non a tutti sia chiaro che i numeri che quotidianamente ci vengono comunicati dalla Protezione civile non si riferiscono al “mare” dei contagiati, ma a un “laghetto” di pazienti intercettati dalle autorità sanitarie. Nessuno conosce esattamente le dimensioni relative del laghetto rispetto al mare, ma le stime più ottimistiche dicono che il mare potrebbe essere “solo” 10 o 20 volte più grande del laghetto, mentre le più pessimistiche (vedi la virologa Ilaria Capua) si spingono ad ipotizzare che possa essere 100 volte tanto (la stima della Fondazione Hume, che verrà pubblicata nei prossimi giorni, è che il mare sia circa 50 volte più grande del laghetto). Questo significa che, quando la sera ascoltiamo con trepidazione le cifre dei nuovi casi, quello di cui gli esperti ci stanno parlando è quel che succede nel laghetto che loro riescono ad osservare, mentre di quel che capita nel restante 90, 95 o 98% della realtà nulla di preciso è dato sapere.
Dobbiamo concludere che stiamo per ripartire, ma nulla sappiamo dell’epidemia?
Non esattamente. Sfortunatamente alcune cose, invece, le sappiamo eccome, e non sono cose che ci possano rassicurare.
Che cosa sappiamo?
Quasi tutto quel che sappiamo è legato ai decessi accertati. Rispetto ai casi, infatti, i decessi hanno molto minori possibilità di essere occultati. E’ vero, ci sono i decessi nascosti nelle residenze per anziani. E ci sono le persone lasciate a casa a morire perché nessuno è venuto a visitarle, o il numero verde non risponde, o il 118 non arriva, o una mail si è perduta nel labirinto della sanità moderna e digitalizzata. Ma, nonostante tutto ciò, resta il fatto che il numero di morti nascosti può essere 2 o 3 volte il numero di morti ufficiali, ma non 20, 30, o 100 volte, come avviene nel caso dei contagiati non diagnosticati. Il “mare” dei morti totali è più grande del “lago” dei morti accertati, ma non è immensamente più grande. Di qui un’importante conseguenza: se vogliamo avere un’idea dell’andamento dell’epidemia, l’evoluzione dei decessi è la migliore (o la meno inaccurata) fonte di informazione di cui disponiamo (anche le ospedalizzazioni sarebbero una buona fonte, se solo a Protezione Civile fornisse dati un po’ più analitici).
Ebbene, lavorando sui decessi, alcune cose possiamo dirle con ragionevole sicurezza. La prima è che, in base ai dati dell’ultima settimana, in almeno la metà delle regioni l’epidemia non dà chiari segni di arretramento, e in diversi casi è tuttora in espansione
La seconda è che, nel percorso di avvicinamento alla meta di “contagi zero”, siamo ancora molto indietro. E’ passato un mese esatto dal giorno in cui le morti raggiunsero il loro picco (919 in un giorno), ma da allora – dopo una sensibile riduzione nella prima settimana (da 919 a circa 600) – la diminuzione dei decessi è stata decisamente lenta. Negli ultimi giorni siamo a quota 400-500 morti al giorno, ossia esattamente a metà del cammino che ci separa dall’obiettivo di azzerarli. Il progresso tendenziale, in altre parole, nelle ultime 3 settimane è di circa 10 morti in meno al giorno: a questo ritmo, il numero di morti quotidiani si azzererebbe solo a metà giugno, e i contagi – presumibilmente – nell’ultima parte di maggio (i morti di oggi, infatti, sono la traccia di contagi avvenuti circa 3 settimane prima).
Ma la cosa più preoccupante che la contabilità dei decessi rivela è un’altra ancora: nel confronto internazionale l’Italia non solo risulta ai primissimi posti fra i paesi occidentali per gravità e precocità dell’epidemia, ma è anche fra i paesi in cui più lenta è la discesa dopo il picco del contagio e la messa in atto delle misure di contenimento. In Germania, Francia, Spagna, Stati Uniti, la curva di discesa dei decessi è molto più ripida che da noi (solo il Regno Unito, fra i grandi paesi, presenta un profilo simile al nostro).
Insomma, siamo ancora lontani dalla condizione che – fino a poco tempo fa – da tutti veniva considerata una pre-condizione ovvia e inderogabile dell’avvio della fase 2: che il numero di nuovi contagi sia prossimo a zero. Possiamo ugualmente sperare che, nonostante tutto, l’epidemia resterà sotto controllo?
Penso proprio di no. E questo non perché la cosa sia in linea di principio impossibile, ma perché – per riaprire evitando la ripartenza del contagio – occorrerebbe essere consapevoli che il mero fatto di moltiplicare il numero di persone che lavorano e si muovono sui trasporti pubblici non può non facilitare la trasmissione del contagio. Tale consapevolezza porterebbe, o meglio avrebbe già portato, a prendere tutte le contromisure che sono indispensabili per evitare che i nuovi i focolai tornino ad espandersi come hanno fatto tra febbraio e marzo. Fra tali misure vi sono indubbiamente le procedure di tracciamento (che da noi sono “allo studio”), l’indagine nazionale sulla diffusione (che partirà il 4 maggio, se va bene), ma soprattutto i tamponi di massa.
E’ questa la via che sta permettendo alla Germania (ma anche ad altri paesi: Austria, Danimarca, Norvegia, Portogallo, Canada) di limitare drasticamente il numero di morti. Ed è questa la via che, inspiegabilmente, noi non abbiamo voluto seguire, e continuiamo ostinatamente a non percorrere.
Non capisco perché. E non lo capisce uno sconsolato Andrea Crisanti, che grazie ai tamponi sta salvando il Veneto, ma non può salvare il resto del paese: “penso che ora la vera questione sia che non si è capito perché è così importante fare i tamponi. E non si è capito che fare i tamponi, e particolarmente farli a quelli che potenzialmente sono entrati in contatto con la persona infetta, abbatte la trasmissione”. Trasmissione il cui inevitabile aumento – strano doverlo sottolineare – è il nodo cruciale della fase 2.
Non esattamente. Sfortunatamente alcune cose, invece, le sappiamo eccome, e non sono cose che ci possano rassicurare.
Che cosa sappiamo?
Quasi tutto quel che sappiamo è legato ai decessi accertati. Rispetto ai casi, infatti, i decessi hanno molto minori possibilità di essere occultati. E’ vero, ci sono i decessi nascosti nelle residenze per anziani. E ci sono le persone lasciate a casa a morire perché nessuno è venuto a visitarle, o il numero verde non risponde, o il 118 non arriva, o una mail si è perduta nel labirinto della sanità moderna e digitalizzata. Ma, nonostante tutto ciò, resta il fatto che il numero di morti nascosti può essere 2 o 3 volte il numero di morti ufficiali, ma non 20, 30, o 100 volte, come avviene nel caso dei contagiati non diagnosticati. Il “mare” dei morti totali è più grande del “lago” dei morti accertati, ma non è immensamente più grande. Di qui un’importante conseguenza: se vogliamo avere un’idea dell’andamento dell’epidemia, l’evoluzione dei decessi è la migliore (o la meno inaccurata) fonte di informazione di cui disponiamo (anche le ospedalizzazioni sarebbero una buona fonte, se solo a Protezione Civile fornisse dati un po’ più analitici).
Ebbene, lavorando sui decessi, alcune cose possiamo dirle con ragionevole sicurezza. La prima è che, in base ai dati dell’ultima settimana, in almeno la metà delle regioni l’epidemia non dà chiari segni di arretramento, e in diversi casi è tuttora in espansione
La seconda è che, nel percorso di avvicinamento alla meta di “contagi zero”, siamo ancora molto indietro. E’ passato un mese esatto dal giorno in cui le morti raggiunsero il loro picco (919 in un giorno), ma da allora – dopo una sensibile riduzione nella prima settimana (da 919 a circa 600) – la diminuzione dei decessi è stata decisamente lenta. Negli ultimi giorni siamo a quota 400-500 morti al giorno, ossia esattamente a metà del cammino che ci separa dall’obiettivo di azzerarli. Il progresso tendenziale, in altre parole, nelle ultime 3 settimane è di circa 10 morti in meno al giorno: a questo ritmo, il numero di morti quotidiani si azzererebbe solo a metà giugno, e i contagi – presumibilmente – nell’ultima parte di maggio (i morti di oggi, infatti, sono la traccia di contagi avvenuti circa 3 settimane prima).
Ma la cosa più preoccupante che la contabilità dei decessi rivela è un’altra ancora: nel confronto internazionale l’Italia non solo risulta ai primissimi posti fra i paesi occidentali per gravità e precocità dell’epidemia, ma è anche fra i paesi in cui più lenta è la discesa dopo il picco del contagio e la messa in atto delle misure di contenimento. In Germania, Francia, Spagna, Stati Uniti, la curva di discesa dei decessi è molto più ripida che da noi (solo il Regno Unito, fra i grandi paesi, presenta un profilo simile al nostro).
Insomma, siamo ancora lontani dalla condizione che – fino a poco tempo fa – da tutti veniva considerata una pre-condizione ovvia e inderogabile dell’avvio della fase 2: che il numero di nuovi contagi sia prossimo a zero. Possiamo ugualmente sperare che, nonostante tutto, l’epidemia resterà sotto controllo?
Penso proprio di no. E questo non perché la cosa sia in linea di principio impossibile, ma perché – per riaprire evitando la ripartenza del contagio – occorrerebbe essere consapevoli che il mero fatto di moltiplicare il numero di persone che lavorano e si muovono sui trasporti pubblici non può non facilitare la trasmissione del contagio. Tale consapevolezza porterebbe, o meglio avrebbe già portato, a prendere tutte le contromisure che sono indispensabili per evitare che i nuovi i focolai tornino ad espandersi come hanno fatto tra febbraio e marzo. Fra tali misure vi sono indubbiamente le procedure di tracciamento (che da noi sono “allo studio”), l’indagine nazionale sulla diffusione (che partirà il 4 maggio, se va bene), ma soprattutto i tamponi di massa.
E’ questa la via che sta permettendo alla Germania (ma anche ad altri paesi: Austria, Danimarca, Norvegia, Portogallo, Canada) di limitare drasticamente il numero di morti. Ed è questa la via che, inspiegabilmente, noi non abbiamo voluto seguire, e continuiamo ostinatamente a non percorrere.
Non capisco perché. E non lo capisce uno sconsolato Andrea Crisanti, che grazie ai tamponi sta salvando il Veneto, ma non può salvare il resto del paese: “penso che ora la vera questione sia che non si è capito perché è così importante fare i tamponi. E non si è capito che fare i tamponi, e particolarmente farli a quelli che potenzialmente sono entrati in contatto con la persona infetta, abbatte la trasmissione”. Trasmissione il cui inevitabile aumento – strano doverlo sottolineare – è il nodo cruciale della fase 2.
"Sconfiggeremo Covid-19 con le intelligenze collettive". Intervista a Ilaria Capua
La creatura è un “progetto trasformazionale, che unisce la potenza di fuoco - e di calcolo - del Cern all’intelligenza collettiva di gruppi di ricerca interdisciplinare”, con l’obiettivo di studiare la pandemia di Covid-19 per quello che è: “un problema complesso che richiede nuove soluzioni che guardino oltre”. L’ingrediente di base sono “montagne di dati”: un patrimonio che, se interpellato con le giuste domande, può guidarci in rotte inesplorate. Le madri sono due: Ilaria Capua, la virologa più famosa d’Italia, direttrice del One Health Center of Excellence dell’Università della Florida, e Fabiola Gianotti, la fisica più famosa d’Italia, direttrice generale del Cern di Ginevra.
A raccontare ad HuffPost in cosa consiste il progetto nato dalla collaborazione tra Cern e One Health Center è la professoressa Capua, che spiega: “Il Cern ha un archivio open access che si chiama Zenodo. Al suo interno verrà sviluppata un’area dedicata al Covid dove sarà possibile caricare qualsiasi genere di dati: sia dati attivamente raccolti dagli ospedali e dalle persone, sia dati raccolti passivamente, come per esempio l’inquinamento, le piogge, l’umidità. Stesso discorso per la mobilità: attraverso i dati telefonici, si può capire quanto la gente si è mossa in un determinato periodo e capire il perché di determinati fenomeni”.
Questa idea nasce da due “cervellone” - mi passi il termine – come lei e la Gianotti. Due donne, due expat, due scienziate di fama mondiale. Ci racconti com’è andata...
“Un paio di settimane fa la Gianotti, che stava già lavorando a questo spazio dedicato, mi ha chiamata e mi ha chiesto qual era la mia visione, cosa stava facendo il mio gruppo… Ci siamo confrontate ed è nata questa felice sinergia. Abbiamo deciso di mettere in piedi uno spazio dedicato al Covid – organizzato e gestito dal Cern - con il sostegno di gruppi di ricerca ed il Centro che dirigo farà da apripista”.
Come è composto il suo gruppo e perché è così straordinario?
“Il mio team interdisciplinare si chiama Yellow Submarine - ci è venuto in mente pensando come eravamo tutti compressi ma carichi di energia durante una videoconferenza sul Covid – e comprende scienziati dell’Università della Florida, del Cern , ISI di Torino e di importanti istituti di ricerca italiani ed esteri. Ho avuto un generoso finanziamento da un imprenditore italiano, con cui ho costruito un team diversificato di persone. Del team fanno parte matematici, fisici, economisti, ingegneri, medici, veterinari, agronomi, esperti di clima e altri ancora: è un gruppo molto eterogeneo che si è creato anche venendo dal basso, perché il Covid-19 sta fungendo da acceleratore di interdisciplinarietà. Tutti hanno capito che non sono solo i medici che risolveranno il problema, ma c’è bisogno di un’azione coordinata a più livelli. Come facciamo ad esempio a capire gli effetti sulle donne in gravidanza? Bisognerebbe mettere tutti i dati, di tutti i Paesi, tutti insieme in un unico posto”.
Già, i dati: il bene invisibile – e più prezioso - nella lotta alla pandemia. Perché sono così importanti e qual è il valore aggiunto che questo progetto può dare alla loro lettura?
“Oggi siamo in grado di rilevare e studiare montagne di dati che vengono già generati, ma purtroppo in maniera ancora disomogenea e poco allineata, per cui si fa fatica a metterli a posto. Ma il Cern, che è abituato a lavorare con moli di dati infinitamente grandi, può essere decisivo. Uso l’esempio che mi ha fatto ieri la Gianotti: il coronavirus sta alle particelle con cui lavorano loro come il mondo sta a un granello di sabbia, nel senso che il virus è il mondo e la particella è il granello di sabbia. Il progetto è rivoluzionario perché inserisce in un problema soprattutto sanitario una capacità computazionale, e la loro capacità di organizzare e strutturare dati. È ovvio che c’è bisogno di intelligenza collettiva, perché ognuno può dare il suo pezzetto e contribuire a fare le domande giuste, e soprattutto quelle più utili”.
Soffermiamoci su questo principio dell’intelligenza collettiva. Il progetto è aperto a tutti? Va inteso come una call ad altri gruppi di ricerca?
“Il progetto è assolutamente open: la piattaforma Zenodo è open, il gruppo Yellow Submarine è open, l’intero network è open a tutti i gruppi di ricerca interessati a studiare il Covid con delle lenti diverse. Perché il Covid – ripeto – tocca tutti gli ambiti, non solo il campo biomedico: tocca le famiglie, l’agricoltura, le imprese, gli operai, la natura e la cultura”.
Quindi non è così astratto e naif pensare di voler studiare l’impatto della pandemia sull’ambiente e il mondo naturale...
“Assolutamente no, anzi. In uno di questi team – che abbiamo chiamato Gruppo di Resilienza della Natura – stiamo predisponendo un progetto con il Fondo Ambiente Italiano, con Ilaria Borletti Buitoni, per studiare in alcune proprietà del Fai come la natura si stia risvegliando proprio perché noi inquiniamo molto meno. Si tratta di contare le popolazioni di api, le farfalle, le specie di piante che sono più sensibili all’inquinamento, il ritorno di habitat di alcuni animali selvatici. L’idea è unire il discorso della salute a una resilienza della natura, rendendoci conto di quanto sia fondamentale il contesto. Per la salute il contesto è importantissimo: se stai in un posto brutto, degradato, inquinato, è chiaro che non stai bene. Se invece riconosci che il contesto è parte del tuo benessere, a quel punto è tutto più semplice. Il Covid ha tirato fuori in modo prepotente le nostre interdipendenze: siamo tutti interdipendenti l’uno dall’altro. Stavamo andando verso il collasso delle popolazioni di api, che sappiamo essere una tragedia per il mondo così come lo conosciamo, e adesso abbiamo l’opportunità per recuperare quello spazio”.
Alcuni storceranno il naso a sentir parlare di api, mentre solo in Italia si contano oltre 27 mila morti. Perché è così importante allargare lo sguardo e “cambiare lenti”, come ha detto prima?
“Bisogna provare a guardare oltre la catastrofe. E soprattutto imparare da questa drammatica esperienza. L’inquinamento potrebbe essere stato una delle concause che ha reso il Covid così grave in alcune aree. Studiando gli effetti post-lockdown possiamo capire come e quanto la nostra aria e la nostra acqua siano più pulite. La catastrofe sanitaria – almeno spero - ce la siamo lasciata alle spalle, ora c’è la catastrofe economica. Su questo l’unica cosa che posso fare è mettere a disposizione questo progetto open anche a beneficio delle imprese e dei cittadini, in modo che possa essere una risorsa. È un progetto trasformazionale, non esiste nulla di simile, anche perché di Cern ce n’è uno solo. Intelligenza collettiva vuol dire incrociare questa montagna di dati per studiare delle nuove soluzioni che ci aiutino nell’uscita da questa pandemia. Perché ora c’è la fase 2, poi ci saranno le fasi 3, 4… Questo virus non andrà via: avremo bisogno di aggiornare le indicazioni e le linee guida; questa risorsa può servire anche a questo”.
Il team dell’Università di Oxford ha annunciato che il vaccino potrebbe essere pronto già a settembre. Cosa ne pensa?
“A settembre avranno i dati per dire se il vaccino funziona, ossia se dà immunità neutralizzante. Per fare il vaccino – anche solo per farne 100 milioni di dosi, che non sono niente – ci vuole tempo. Poi bisogna fare i controlli di lotto di innocuità, efficacia, assenza di agenti contaminanti. Nella migliore delle ipotesi, lo avremo a dicembre. Poi il problema sarà lo scaling up del numero di dosi. Se ipotizziamo che tutti gli europei e tutti gli americani si vogliano vaccinare in massa, sono quasi un miliardo di dosi. In tre mesi si possono fare milioni di dosi, non certo abbastanza per tutti. Resta poi da vedere - in un Paese come l’Italia, che non si vaccina per l’influenza – quanti italiani vorranno vaccinarsi davvero”.
E sul fronte delle terapie? Ci stiamo avvicinando a vedere una luce?
“Ci sono alcune terapie, soprattutto quelle con antivirali, che sembrano dare risposte migliori. Ma ci si arriverà: ci sono talmente tanti centri che stanno lavorando, che si arriverà a un protocollo terapeutico molto prima del vaccino. In realtà una risposta terapica c’è già, perché si muore molto meno”.
Parliamo di Fasi 2. Tutti i Paesi stanno tentando la propria strada, nella consapevolezza che è un percorso incerto per tutti. Qual è la bussola che i governi dovrebbero tenere sotto gli occhi in vista di un allentamento delle misure restrittive?
“La bussola è il buon senso. Ormai ognuno di noi sa se è un soggetto ad alto, medio o basso rischio. Quindi ognuno di noi deve comportarsi in maniera intelligente per proteggere la propria salute. Non è il problema del governo, è il problema del singolo. Mia mamma, che ha 82 anni, dovrà ridurre le sue partite a carte, a meno che non giochi online. Invece di andarci una-due volte a settimana, magari va lo stesso a casa delle sue amiche nonne, ma si prende solo un tè a distanza e poi torna a casa. Bisogna trovare dei comportamenti che permettano di fare una vita sociale normale, ma responsabilizzando il singolo sull’importanza del suo comportamento. Se il singolo non si comporta in maniera proporzionata al suo fattore di rischio, o a quello dei suoi parenti, è lui che fa danni, non è il governo che fa danni. Questo è un problema nostro, il governo da solo non ne viene fuori. Come fa? Vogliamo uno Stato di Polizia? Più di quello che c’è?”
Un’ultima domanda sul tema delle donne. In Italia molti lamentano l’assenza di menti femminili nei tavoli dove si decide come affrontare l’emergenza e come costruire la ripartenza. Lei cosa ne pensa?
“Le task force dovrebbero essere fatte dalle persone migliori, che siano uomini o donne non ha importanza. Certo, un po’ di buon senso e pragmatismo femminile serve sempre. Sono convinta che le donne soffrano di una diversa rappresentatività sostanzialmente perché non è premiato il merito. Se il merito fosse premiato, a prescindere dal genere, sono certa che avremmo più donne nei centri decisionali. Ora mi scusi, la devo lasciare: ho una videoconferenza internazionale”. Il fuso orario è quello della Florida, ma potrebbe anche essere Ginevra.
giovedì 23 aprile 2020
Perché è giusto criticare una app come Immuni - Di Andrea Signorelli
Nei giorni in cui si discute di Immuni, la app statale di contact tracing, il tormentone più in voga recita così: “Ma come, ho ceduto i miei dati a Facebook, Google e Amazon e adesso dovrei preoccuparmi di cederli allo stato per combattere il Coronavirus?”.
È un ragionamento tanto semplicistico quanto scorretto.
Prima di tutto, ai colossi digitali cediamo sì molti dati, ma solo a scopo commerciale (per targettizzare le pubblicità).
Se poi questi vengono utilizzati in maniera scorretta (com’è avvenuto nel caso Cambridge Analytica, ma non solo), è lo stato che deve sorvegliare sui comportamenti di Facebook & co. e punire nel caso in cui questi non siano leciti.
Quando si parla di una app di stato la situazione è completamente diversa: chi può impedire che il governo o le forze dell’ordine abusino di dati delicati – come quelli sanitari o relativi alle persone con cui ci si è incontrati – limitando così il diritto alla privacy (che, ricordiamo, in Europa è un diritto fondamentale)?
È per questo che è cruciale che la app rispetti la privacy by design, fin dalla progettazione, senza che ci si debba affidare alla benevolenza di nessuno.
L’altra enorme differenza tra Facebook e Immuni, ovviamente, è il fatto che la seconda ha il nobile scopo di contribuire alla lotta contro il Covid-19.
Potrebbe anche riuscire nella sua missione, ma il condizionale è d’obbligo: secondo alcuni studi, perché sia efficace è necessario che almeno il 60% della popolazione la adotti. In Italia, il 60% della popolazione equivale a 36 milioni di persone.
Nel nostro paese, a oggi, posseggono però uno smartphone circa 44 milioni di persone.
Affinché Immuni abbia successo, è quindi necessario che venga adottata dall’82% degli utenti smartphone: una soglia elevatissima.
Come assicurarsi una diffusione di questo tipo? Fermo restando che la app dev’essere volontaria (anche l’Europa si è espressa a riguardo), si è comunque ventilata l’ipotesi di punire chi non la utilizzerà; per esempio limitandone la libertà di movimento.
Fortunatamente, si è fatta subito marcia indietro.
È davvero possibile punire le persone più anziane solo perché non posseggono uno smartphone?
Discriminare le fasce più deboli della popolazione che non se lo possono permettere o non sono in grado di usare correttamente una app di questo tipo? Evidentemente, no.
Si è allora pensato di passare dalle punizioni ai premi.
Non ci sono dettagli (ed è facile immaginare che alla fine non se ne farà nulla), ma l’idea è questa: fornire corsie preferenziali in termini di servizi sanitari a chi dimostra di utilizzare Immuni.
In questo modo, non si punisce chi non la usa, ma si premia chi la usa.
Ma c’è davvero differenza? Avvantaggiare qualcuno non significa necessariamente penalizzare tutti gli altri?
In Italia, inoltre, le persone dotate di digital skills appartengono a una categoria sociale ben precisa: vivono in città, hanno un livello d’istruzione più elevato e una condizione socio-economica mediamente migliore.
Premiando chi scarica e utilizza correttamente Immuni, si andrebbero ad avvantaggiare quelli che avvantaggiati lo sono già.
Come ha scritto Luciano Floridi, dal divario digitale si passerebbe al divario biologico.
Ed è evidente che una conseguenza di questo tipo sarebbe insopportabile.
E quindi, qual è la strada migliore per assicurarsi che una soglia così elevata di utenti di smartphone adotti l’app per combattere il Coronavirus?
Fermo restando che non si può obbligare né punire chi non la vuole adottare, resta una sola strada: progettare e comunicare il sistema in maniera così chiara, trasparente e al riparo dai dubbi che non ci sia davvero nessuna ragione di opporsi.
In poche parole, bisogna ottenere la fiducia dei cittadini e incentivarli alla collaborazione.
Non tramite premi e punizioni, ma facendo leva sullo stesso senso di responsabilità che fa sì che #restareacasa non sia soltanto percepito come un obbligo, ma come un dovere civico.
Come si ottiene una fiducia di questo tipo?
Gli step più importanti sono probabilmente quattro.
Prima di tutto, il principio cardine dev'essere quello della “minimizzazione dei dati”.
Vale a dire che devo usare i dati (a maggior ragione in un caso così delicato) al livello minimo che mi consente di raggiungere i miei obiettivi.
Sotto questo punto di vista, la strada scelta è quella giusta: dopo aver inizialmente optato per la centralizzazione (ovvero conservare i dati in un server centrale, con tutti i rischi che ne conseguono), si è scelto di archiviarli solo sugli smartphone delle persone.
È uno strumento teoricamente meno efficiente, ma che espone i cittadini a meno pericoli e che è stato scelto anche grazie alle pressioni giunte da esperti in materia di privacy digitale, come quelli del Nexa Center for Internet & Society del Politecnico di Torino.
Una seconda scelta cruciale – se si vogliono superare dubbi e perplessità – è quella di affidarsi al Bluetooth al fine di registrare quando due smartphone entrano in contatto tra loro, lasciando invece perdere l’utilizzo del GPS che consentirebbe (a differenza del Bluetooth) di geolocalizzare ogni singolo dispositivo.
Questo è un aspetto fondamentale: uno strumento in grado di conoscere la posizione di ciascuno di noi sarebbe terribilmente invasivo (e pericoloso, nel caso in cui un domani qualche politico di estrema destra che aspira ai “pieni poteri” diventasse premier).
Come siamo messi sotto questo punto di vista?
Benino. Perché da una parte si è deciso che Immuni utilizzerà il Bluetooth, ma dall’altra è stata lasciata una porta aperta affinché il GPS venga successivamente integrato.
Fino a oggi, insomma, Immuni è GPS-ready: sarebbe il caso di eliminare questa possibilità.
Altro aspetto cruciale è quello del codice, che dev’essere open source in modo che chiunque ne capisca possa valutare il funzionamento – e i possibili difetti – dell’architettura informatica che regge la app.
Secondo le ultime notizie, il codice dovrebbe effettivamente essere pubblico.
Ma dal momento che, anche in questo caso, si è trattato di una virata rispetto a quanto detto fino a pochi giorni fa, bisognerà attendere i dettagli ufficiali prima di essere certi.
Infine: questa è una app che comprime la privacy per rispondere a un’emergenza (come previsto anche dalla regolamentazione dei dati europea).
Proprio per questa ragione, è necessario che il sistema venga smantellato non appena l’emergenza sarà trascorsa.
In passato, in Italia e non solo, al termine delle emergenze si è spesso preferito lasciare tutto com’era, aumentando così il controllo sulla cittadinanza in nome della (promessa) sicurezza.
Ovviamente, è impossibile sapere quando l’epidemia smetterà di essere un’emergenza.
Sarebbe però il caso di definire dei criteri chiari. Per esempio: l’emergenza cessa quando si registrano zero contagi per due settimane di fila?
In questo caso, dev’essere garantito che in quel preciso momento Immuni finisca nel tritacarne assieme a tutti i dati conservati.
Su questo aspetto essenziale, per il momento non ci sono indicazioni.
È eccessivo porsi tutti questi scrupoli?
Da più parti si levano voci stupite dal fatto che i cittadini non si fidino dello stato e vadano pericoli dietro ogni angolo.
Ma il punto è proprio questo: i cittadini non si devono fidare dello stato.
È lo stato che deve mettere in atto ogni pratica per conquistarsi la fiducia dei cittadini.
Fidarsi ciecamente significa solo spalancare le porte a possibili abusi.
È proprio perché dello stato non ci si deve fidare che abbiamo conquistato la separazione dei poteri, i diritti civili e tutto ciò che trasforma uno stato in uno “stato di diritto”.
Per assicurarsi che le garanzie democratiche restino sempre in piedi è necessaria soprattutto una cosa: non darle mai per scontate.
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